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L’imposta di bollo sui conti correnti detenuti all’estero

I conti correnti possono essere aperti dai contribuenti italiani anche in paesi diversi dal nostro: che cosa accade dal punto di vista fiscale quando tale strumento viene detenuto in una nazione europea che non sia l’Italia? In particolare, bisogna capire come comportarsi in relazione all’imposta di bollo, il principale adempimento tributario da questo punto di vista. Nel caso in cui i conti correnti, ma anche i libretti di risparmio siano detenuti all’interno di uno Stato che fa parte dell’Unione Europea oppure del cosiddetto Spazio Economico Europeo (l’accordo siglato nel 1992, avviato due anni dopo e che include al suo interno trenta nazioni) bisogna fare riferimento a un testo normativo ben preciso.

Il Decreto Legge numero 16 di quest’anno (“Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento”), infatti, prevede che l’imposta di bollo sia pari a 34,20 euro, proprio come accade per i conti che sono detenuti in Italia, a patto che sia garantito uno scambio adeguato per quel che concerne le informazioni. La misura che è stata appena menzionata riguarda ogni conto corrente o libretto di risparmio di cui il contribuente italiano è in possesso in un paese estero.

Al contrario, tale misura fissa non ha alcuna ragione di esistere nel momento in cui il valore medio di giacenza annuo che risulta dagli estratti conto non riesce a superare la soglia dei cinquemila euro. Tra l’altro, non si deve dimenticare che i conti e i libretti in questione possono essere detenuti dai soggetti italiani presso lo stesso intermediario finanziario, il che vuol dire che non ha nessuna rilevanza la detenzione del rapporto nel corso del periodo di imposta. Nel già citato Spazio Economico Europeo sono ricomprese nazioni come l’Islanda, la Norvegia e il Liechtenstein, mentre la Svizzera non ne fa parte, dunque si può parlare di una sorta di Ue allargata.

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